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POLITICA
08/03/2018 18:46 CET | Aggiornato 09/03/2018 15:03 CET

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Italy's new President Sergio Mattarella (L) and Prime Minister Matteo Renzi arrive at the Unknown Soldier's monument in central Rome, February 3, 2015. REUTERS/Remo Casilli  (ITALY  - Tags: POLITICS)
Remo Casilli / Reuters
Italy's new President Sergio Mattarella (L) and Prime Minister Matteo Renzi arrive at the Unknown Soldier's monument in central Rome, February 3, 2015. REUTERS/Remo Casilli (ITALY - Tags: POLITICS)

Il Pd fa spallucce di fronte al primo appello del capo dello Stato alla responsabilità. "Tocca a Di Maio e Salvini dire cosa vogliono fare", è la risposta dei renziani Luca Lotti e Andrea Marcucci. Il Pd starà "all'opposizione", giurano, mentre il partito si surriscalda in vista della direzione nazionale di lunedì e sale la pressione. Perché l'appello di Sergio Mattarella era certamente atteso, il primo di una lunga serie. Ma pesa e spinge i Dem a confrontarsi con le alternative in campo: il ritorno al voto anticipato fa paura a un partito uscito col 18 per cento dalle urne, anche se non è escluso a priori. Invece escluso è un governo con il M5s: solo l'area Emiliano lo vorrebbe. E tra i renziani si vaglia un'alternativa molto hard: un'astensione ad un possibile governo di centrodestra, con una figura meno radical di Matteo Salvini per la premiership.

Al momento non è nemmeno un piano, ma un'idea di cui però si discute tra le truppe del segretario dimissionario. Prima però vanno conclusi i passaggi necessari in direzione nazionale lunedì. Una riunione che ancora adesso sembra nel caos, nonostante che da ieri si sappia della lettera formale di dimissioni di Renzi. La minoranza orlandiana infatti chiede una gestione unitaria. Vale a dire le dimissioni di tutti gli organi insieme a quelle del segretario e una squadra collegiale che insieme al vice Maurizio Martina traghetti il partito fino all'assemblea di aprile. Lì poi si deciderà se fare le primarie per il nuovo segretario oppure se eleggere direttamente in quella sede un nuovo segretario (come è accaduto a Franceschini e Epifani). Ma l'idea degli orlandiani di una gestione collegiale ancora non passa tra i renziani.

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La questione non è di lana caprina. Perché chi guiderà il Pd nelle prossime settimane parteciperà alla scelta dei capigruppo che saliranno al Colle per le consultazioni sul governo con Mattarella. E i capigruppo guideranno anche il confronto con le altre forze politiche per l'elezione dei presidenti di Camera e Senato, vero test per il governo che sarà, se sarà. "I gruppi sono al 60 per cento renziani: senza una gestione unitaria non è assicurata la discontinuità nella scelta dei capigruppo", dice una fonte dell'area Orlando.

Ecco perché nel Pd già si ragiona su come comportarsi sul governo. Tutti i passaggi prossimi sono collegati e chi non si muove per tempo al primo step, potrebbe trovarsi in ritardo per il secondo. Dalla nottata elettorale, le ostilità ormai sono aperte. Lotti, per dire, che in questi anni ha dichiarato pochissimo alla stampa e sui social, oggi ha preso parola contro Orlando: "Ha ragione il ministro Orlando quando chiede un dibattito nel Pd, sul Pd. Almeno, così, avremo modo di parlare di chi ha perso nel collegio di residenza ma si è salvato col paracadute, di chi non ha proprio voluto correre e di chi ha vinto correndo senza paracadute. Se vogliamo aprire un dibattito interno facciamolo. Perché sentire pontificare di risultati elettorali persone che non hanno mai vinto un'elezione in vita propria sta diventando imbarazzante".

"Lotti attacca me per mandare un messaggio ai renziani in fuga", commenta Orlando con i suoi, ricordando che diede la disponibilità a candidarsi in un collegio plurinominale salvo poi scoprire di essere candidato solo nel listino proporzionale.

Veleni che rischiano di avere serie ripercussioni al momento della scelta decisiva sul governo. Dunque: tranne Emiliano, tutti nel Pd escludono un governo con il M5s. Una linea politica cui oggi si è aggiunta anche una valutazione tecnica, confortata dai numeri ormai definitivi dei neoeletti.

I pentastellati sono 227 alla Camera e 112 al Senato. Per far nascere il loro governo sarebbe necessario il sì compatto di tutti i parlamentari del Pd (112 deputati, 53 senatori). E anche considerando l'eventuale sì di tutti gli eletti di Leu (14 alla Camera, 4 al Senato) e di tutti gli eletti nell'alleanza di centrosinistra col Pd (10 alla Camera, 7 al Senato), è difficile che il Pd garantisca così tanti sì quanto sono necessari ad avviare l'operazione. Il no di Renzi è irremovibile e, pur da segretario dimissionario, può contare sul 60 per cento degli eletti, sempre che rimangano nella sua area. Basterebbe solo il suo no a far fallire l'operazione.

Invece, ed è questa l'altra 'pericolosa' ipotesi sul tavolo, per i Dem far nascere un governo di centrodestra sarebbe più semplice. Il ragionamento fa capolino nell'area renziana del partito. Non nella minoranza orlandiana che ieri, dopo una riunione, ha messo in chiaro il suo no ad un governo M5s tanto quanto un governo di centrodestra. Invece tra i renziani questa ipotesi viene vagliata, anche se 'molto hard'.

Per far nascere un governo di centrodestra (265 deputati, 137 senatori) basterebbe l'astensione dei Dem alla Camera e al Senato. Certo, 'salvare' così un governo Salvini sarebbe un salasso per il Pd. Nei conciliaboli, tra uno scenario e l'altro, se ne rendono conto. Ma il quadro sarebbe diverso se il premier fosse una personalità meno radical del leader leghista, tipo Giorgetti o un altro esponente più moderato. Oppure se questo fosse un governDipende anche da come andranno le interlocuzioni nel centrodestra, da qui alla fine di aprile passando per l'elezione dei presidenti di Camera e Senato (a metà aprile al massimo).

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Non a caso oggi Silvio Berlusconi scrive ai neoeletti di Forza Italia in questi termini: "Intendo fare tutto il possibile, con la collaborazione di tutti, per consentire all'Italia di uscire dallo stallo, di darsi un governo, di rimettersi in cammino sulla strada della crescita nella responsabilità e nella sicurezza".

Il punto è che il Pd teme di ritrovarsi in un cul-de-sac, obbligato alla stretta finale a scegliere tra il ritorno al voto anticipato e la partecipazione a un governo che non vuole. E' per questo che la linea iniziale di opposizione sempre e comunque ("Questo hanno deciso gli elettori", ha detto Renzi all'indomani della debacle) non promette di tenere fino all'ultimo. Il voto anticipato potrebbe essere altrettanto pericoloso per un partito dissanguato dalle urne del 4 marzo. Senza contare la voglia dei parlamentari di tenersi il seggio conquistato, un evergreen in ogni legislatura.

Va detto che nel Pd ci sono scuole di pensiero che invece considerano il voto anticipato, se proprio tutto dovesse precipitare. Stavolta con Paolo Gentiloni candidato premier, senza ripetere l'errore appena compiuto. Magari con primarie per la premiership, dicono in area renziana. Basterebbe?

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